- Paul Robison
- Febbraio 9, 2025
- 3:17 pm
Dalla migrazione in Egitto all’esodo – Esodo 1—14
I. L’EGITTO NEL PERIODO DELLA CATTIVITÀ EBRAICA.
La storia dell’antico Egitto è talvolta divisa in tre periodi:
- Il Vecchio Impero.
- A risalire da tempi sconosciuti fino al 2100 a.C.
- Il Medio Impero o l’Impero degli Hyksos.
- 2100-1650 a.C.
- Il Nuovo Impero.
- Dalla espulsione degli Hyksos all’assorbimento dell’Egitto da parte dell’impero persiano (1650-525 a.C.)
Nel primo periodo, Menes consolida le tribù del basso Nilo e fonda la capitale più antica, Menfi. È la prima delle trentun dinastie che regneranno sull’Egitto. Secoli più tardi la 4ª Dinastia costruisce le grandi piramidi. Ancora più tardi, sempre in questo periodo, la 12ª Dinastia trasferisce la sede del potere a Tebe, nell’alto Egitto, dove ha inizio l’epoca più splendida del primo periodo.
Gli Hyksos o Re Pastori del Medio Impero sono intrusi semitici dell’Asia. Sono dei rudi barbari ma anche degli ottimi organizzatori e, durante il loro regno, la civiltà egizia si eclissa. Il Nuovo Impero è inaugurato da Ahmose I, che butta fuori gli Hyksos e fonda la famosa 18ª Dinastia, che include Tutmosi III, l’Alessandro degli egiziani. Questa dinastia, insieme alla 19ª, costituisce l’epoca più splendida dell’intera storia egiziana. È probabile che la migrazione ebrea dalla Caldea avvenga nella prima parte e che la loro migrazione in Egitto avvenga nella seconda parte del periodo intermedio.
Questo spiegherebbe la considerazione con la quale il Faraone tratta Abrahamo, Giuseppe e Giacobbe. Essendo i regnanti anch’essi semiti, non avrebbero condiviso l’odio degli egiziani per gli stranieri.
II. L’OPPRESSIONE.
La Genesi chiude con gli ebrei che trovano il favore degli egiziani. L’Esodo apre con gli ebrei in cattività. Il paese d’Egitto è diventato “la casa della schiavitù”. Per quanto riguarda la storia sacra, i secoli intermedi passano in silenzio.
- Dinastie possono levarsi e cadere
- Guerre lontane possono essere combattute
- Templi splendidi, le cui rovine continuano a sbalordirci, possono essere costruiti
Ma la gloria del mondo, così com’è, non trova posto nel racconto divino. La storia viene ripresa solo quando giunge l’ora per un nuovo sviluppo nell’evoluzione della redenzione promessa.
“Or sorse sopra l’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe” (Esodo 1:8).
I benefici più grandi sono velocemente dimenticati. Non possiamo sorprenderci che secoli di tempo abbiano cancellato il ricordo del grande servizio reso dall’ebreo Giuseppe. Probabilmente il “nuovo re”, allarmato dal rapido sviluppo degli ebrei, decide di schiacciare lo spirito degli ebrei
- Li carica di lavoro estenuante nelle fabbriche di mattoni
- Eppure loro continuano a moltiplicarsi
Alla fine ordina che ogni figlio maschio sia gettato nel Nilo. A questo punto arriva il liberatore.
Note a piè di pagina:
- La lunghezza del soggiorno in Egitto è uno dei problemi irrisolti.
- La Bibbia ebraica sembra contare quattrocento anni (più esattamente, quattrocento e trenta anni), cfr. Genesi 15:13; Esodo 12:40, 44; Atti 7:6.
- La Bibbia dei Settanta a Esodo 12:40, 41, che Paolo segue in Galati 3:17, include le migrazioni dei patriarchi in Canaan nei quattrocentotrent’anni.
- Se si accetta la data biblica dell’esodo basata su 1 Re 16:1,
- allora il faraone dell’oppressione è stato Tutmosi III (1501-1447 a.C.),
- mentre il faraone dell’esodo è stato Amenofi II (1447-1421 a.C.).
III. LA NASCITA E LA MISSIONE DI MOSÈ.
Visto nell’insieme come patriota, poeta, liberatore, legislatore, storico e uomo, Mosè è il personaggio umano più grande della storia. I faraoni della 18ª e della 19ª Dinastia hanno fissato le loro grandi opere nel granito. Ma i loro nomi sono indistinti, come indistinte erano le prime fotografie delle loro mummie risuscitate. Mosè ha scritto il suo racconto in un popolo e in una religione. Il suo nome è più grande oggi, dopo un intervallo di trentatré secoli, di quanto non fosse la notte in cui è riuscito a strappare con la forza il consenso al rilascio del popolo di Dio da parte dell’orgoglioso faraone. Con molta naturalezza, la sua vita può scomporsi in tre uguali divisioni:
- Quaranta anni in Egitto
- Quaranta anni d’esilio in Madian
- Quaranta anni come liberatore, guida e organizzatore d’Israele
La storia dei suoi ultimi quaranta anni è la storia del suo popolo e cade principalmente nel prossimo periodo.
1. I quaranta anni in Egitto
a. La sua nascita e la sua educazione.
Mosè nasce da genitori devoti, Amram e Jokebed, della tribù di Levi. Sembra che i loro figli più grandi, Aaronne e Miriam, siano nati prima dell’editto omicida di Seti. Non così è stato con il loro ultimo figlio. Per tre mesi la sua nascita è tenuta nascosta alle autorità. Quando non è più possibile tenere il segreto, il bel bambino è affidato al Nilo in un canestro di giunchi. La figlia del faraone lo trova e lo adotta, chiamandolo Mosè. Miriam, che aveva seguito la fragile barchetta con il suo prezioso carico, si offre di chiamare una balia e riporta la madre stessa. Quindi, con la provvidenza di Dio, il futuro amico, emancipatore e organizzatore della nazione è allevato nella cultura più alta esistente a quel tempo (Atti 7:22) e, tramite sua madre ebrea, nella più sublime fede spirituale di quel tempo.
b. La scelta di Mosè.
Mosè diventa adulto. Suo è il segreto della sua origine ebraica. Quando vede un sorvegliante egiziano colpire un ebreo, uccide l’egiziano e nasconde il suo corpo nella sabbia. Senza dubbio il sangue di Mosè sarà ribollito contro l’ingiustizia. Ma quell’azione non è un’azione impulsiva dell’ultimo minuto. Da Ebrei 11:24-26 e Atti 7:23-25, due cose sono chiare:
- Mosè ha deliberatamente e volontariamente rinunciato a tutto ciò che la sovranità in Egitto poteva offrirgli, facendo propria la causa dei suoi fratelli in cattività.
- Spera di scuotere Israele e fare uno sforzo coraggioso per la libertà.
Ma il tempo non è ancora maturo e né Mosè né il suo popolo sono ancora pronti. Le catene devono pesare di più, e Mosè stesso deve conoscere la disciplina prima di iniziare il suo grande lavoro. L’Egitto è stata una buona scuola per le arti e le scienze, ma Mosè deve essere veramente solo con Dio prima di essere equipaggiato per la sua grande missione. Nel deserto di Madian e nella solitudine del Sinai, con Dio come insegnante, troverà la sua università e riceverà la sua laurea.
2. I quaranta anni a Madian.
Mosè scappa a Madian, a oriente del Mar Rosso. Una sera, mentre è seduto vicino a un pozzo, sette figlie di Jethro, sacerdote di Madian, arrivano per abbeverare il loro gregge, ma alcuni pastori beduini, però, scacciano. Ma lo spirito di Mosè, com’era nobile verso il suo popolo oppresso, lo è ugualmente verso queste fanciulle oppresse. L’aiuto tempestivo di questo egiziano fuggitivo sembra essere un’introduzione favorevole. Egli sposa Sefora, figlia di Jethro.
Per quaranta anni segue la sua tranquilla vocazione di pastore a Madian. In questo periodo, si familiarizza con l’impervio territorio attraverso il quale dovrà guidare il suo popolo alla terra promessa. Finalmente, Dio gli appare in un roveto ardente. Si rivela come: “il DIO di Abrahamo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe” (Esodo 3:6), rinnova il patto, che aveva giocato un ruolo così vitale in tutto il periodo patriarcale, e incarica Mosè di liberare Israele.
Mosè, diventato oramai timido e lento nel parlare, indietreggia di fronte ad una missione che lo deve portare dinanzi a corti e re. Ma, armato dei segni soprannaturali che saranno le sue credenziali da parte di Dio, con l’ordine di usare Aaronne come suo portavoce, Mosè ritorna in Egitto.
IV. LA GRANDE CONTESA.
Ora segue nella storia la contesa più rilevante. Allontanandosi dal paese di Madian, Mosè incontra Aaronne. Insieme vanno davanti agli anziani del proprio popolo, fanno conoscere la loro missione e la confermano con i segni designati. Il popolo oppresso accetta la loro missione e si inchina con reverenza davanti al patto di Dio, fatto con i loro padri. Ma non hanno successo con il faraone.
Nel nome di Dio chiedono che Israele possa fare un viaggio di tre giorni nel deserto per fare sacrifici a Lui. Sarebbe stato bene per il faraone e per il suo popolo se il faraone stesso avesse acconsentito ad una richiesta così moderata.
Il primo effetto si sente nella stretta ancora più dolorosa delle catene e nel peso più opprimente del carico. Davanti all’ostinato rifiuto del faraone e alle amare recriminazioni dei suoi fratelli affaticati, Mosè non sa più cosa fare. Seguono le dieci piaghe o i “castighi”, colpo su colpo: l’acqua che diventa sangue, rane, zanzare, sciami di mosche, la moria del bestiame, ulcere, la grandine, locuste, tenebre e la morte del primogenito.
- La natura della contesa.
Non è semplicemente una lotta fra un popolo oppresso e i suoi oppressori; è una contesa fra Mosè ed il faraone. È una controversia fra Iddio e gli dei d’Egitto. Quasi ogni piaga è un naturale flagello d’Egitto, ma diverse circostanze ci fanno intravedere il loro carattere miracoloso: la loro intensità, la loro moltiplicazione in una successione molto veloce, che vengono e vanno al comando di Mosè, il fatto che Israele viene risparmiato eccetto nel caso dei primi tre e, finalmente, che quasi ogni piaga è un attacco a qualche forma di culto egiziano degli idoli.- 2. La necessità della contesa.
Ricordiamoci che, su tutta la terra, un solo popolo teneva all’unità e alla spiritualità di Dio e che questi erano schiavi, in pericolo di perdere sia la loro fede che la loro identità nazionale. Gli ebrei hanno tutto contro di loro: un popolo più numeroso, ricchezza, cultura, potere; cento contro uno. È necessaria una lezione che non sarebbe mai stata dimenticata, e non lo è stata. Gli idoli d’Egitto sono diventati polvere o abbelliscono i musei di antiquariato, il Dio di Israele è venerato dal mondo civilizzato. I segni e le meraviglie fatti in Egitto sono serviti a riempire un grande spazio nella letteratura ebraica. Sono diventati talmente radicati nella coscienza nazionale che hanno formato una delle forze più efficaci nel tenere Israele legato alla sua fede antica in mezzo alle seduzioni dell’avvolgente politeismo.
- La fine della contesa.
Cade l’ultimo colpo: l’angelo della morte bussa ad ogni porta d’Egitto, dai palazzi ai tuguri, e muoiono i primogeniti. Ma le umili case degli ebrei sono salvate. Ubbidienti a Dio, hanno istituito la Pasqua. L’agnello è ucciso e il suo sangue viene sparso sugli stipiti delle porte come segno della fede degli ebrei. Il misterioso messaggero passa sopra le case dove si stà mangiando la cena pasquale. Si sente un grande lamento in Egitto. Cadono le catene e Israele viene spinto ad uscire verso la libertà. Un’ultima volta s’indurisce il cuore del faraone. Li insegue; Israele è intrappolato in una gola fra le montagne presso al Mar Rosso; il mare si divide, Israele passa attraverso e si salva; gli egiziani li inseguono e vengono sommersi dal mare[1].
- 2. La necessità della contesa.
V. GLI EFFETTI DEL SOGGIORNO IN EGITTO.
Anche se la cattività è terribile, ha degli importanti risultati:
- Fa di Israele una nazione.
Sono entrati in Egitto come un gruppo di dodici famiglie nomadi, Giacobbe e i suoi discendenti diretti erano in settanta. Inclusi i servi, l’intera tribù forse contava due o tremila persone. Se fossero rimasti a Canaan, quasi sicuramente si sarebbero divisi in decine di piccole tribù nomade. Risiedere in una terra densamente popolata, sotto una pesante oppressione, li salda in una nazione - Li civilizza.
Sono usciti nomadi da Canaan. Quanta civiltà avevano di già, si è già visto. Ma non avrebbero potuto continuare a lungo come semplici pastori in Egitto. L’Egitto è, e probabilmente lo è sempre stato, un paese agricolo. Inoltre, da mille anni, era a capo del mondo nella vita intellettuale e nella civiltà materiale. Gli ebrei erano un popolo troppo dotato per non approfittare della propria lunga permanenza in una scuola simile. Mosè, specialmente, “fu istruito in tutta la sapienza degli Egiziani” (Atti 7:22), ed il fatto che avesse dei luogotenenti capaci sotto di lui è evidente dal suo racconto della costruzione del tabernacolo (Esodo 25-40). - Gli eventi finali li confermano nella fede nazionale.
Se avessero continuato a vivere in Egitto, avrebbero, alla fine, perso sia la loro fede che la loro identità nazionale. Ma l’Egitto diviene la sua lavagna dalla quale Dio insegna le Sue lezioni, che Israele non avrebbe mai dimenticato. Nonostante ripetute cadute nell’idolatria, alla fine sono stati fedeli alla fede nazionale. E ora devono tornare a Caanan per conquistare e possedere il paese nel quale, per duecento anni, Abrahamo, Isacco e Giacobbe hanno soggiornato come peregrini. Ma non subito. Solo qualche giorno di viaggio li avrebbe portati a Canaan, ma il lavoro di organizzazione e quaranta anni di disciplina trascorrono prima che possano diventare capaci di possedere la terra della promessa.
Rinunciare al Mondo?
Un giovane venne a D.L. Moddy e gli chiese: “Sig. Moddy, voglio essere un cristiano; ma devo rinunciare al mondo?” Moody, come era solito, rispose: “Giovane, se vivi la vita cristiana, dentro e fuori, è il mondo che rinuncerà a te!”
- MOSE’:
– I 3 periodi della sua vita - 40 anni
– come principe
– in egitto - 40 anni
– come pastore
– in Madian - 40 anni
– come profeta
– alla guida di Israele
– nel deserto
[1] Per un buon studio sul punto d’attraversamento, vedere “Lands of the Bible” [“I luoghi della Bibbia”] di McGarvery, pp.438-433.